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Resilienza: la forza della vita

February 27, 2017

Ciascuno di noi, nel percorso della propria esistenza così come nella quotidianità delle proprie giornate, viene colpito dalla sofferenza, che si manifesta in modalità e misure differenti.

È trovandoci ad affrontare la sofferenza e le situazioni più difficili, però, che paradossalmente impariamo di più su noi stessi. Sono proprio questi momenti in cui siamo spinti a superarci, ad andare oltre i nostri limiti, che si fissano nella nostra memoria e da cui possiamo emergere con nuova consapevolezza e nuova energia (Pilieri, 2015).

Di resilienza, oggi, si parla molto ed in maniera diffusa. Può tuttavia non essere un concetto intelligibile e di facile interpretazione, ma non va considerato neanche un costrutto così astratto e lontano dalla realtà: ci sono, infatti, esempi concreti di resilienza nella nostra vita di tutti i giorni e nelle persone a noi vicine. Si pensi, in tal senso, a quei colleghi, familiari, amici o conoscenti che affrontano eventi stressanti e compiti ardui, riuscendo comunque a cavarsela e anzi ad imparare da queste stesse circostanze (Ibidem).

Trovare una definizione univoca e comunemente condivisa di resilienza è reso particolarmente difficile dalla complessità concettuale di tale costrutto, che ha trovato campi d’applicazione in vari ambiti del sapere. Nella fisica, ad esempio, la resilienza è la capacità che hanno i materiali di tornare alla forma originale in seguito ad un danno o un urto; nell’informatica, la resilienza riguarda la capacità di un sistema di continuare a funzionare, malgrado anomalie e deficit insiti nello stesso; nella biologia, invece, la resilienza rappresenta la capacità di un corpo, un tessuto o un organo di auto-ripararsi e auto-rigenerarsi.

Naturalmente anche la disciplina psicologica ha declinato il concetto di resilienza nei suoi diversi approcci e, volendo darne una definizione non certo esaustiva ma chiara e sintetica, possiamo intenderla come «la capacità che ha un individuo di affrontare eventi stressanti, superarli e continuare a svilupparsi aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita» (Malaguti, 2005). Non solo saper resistere, dunque, ma sapersi ricostruire mantenendo una prospettiva positiva su se stessi, sulle relazioni e sul futuro.

La letteratura scientifica in psicologia ha studiato molto la resilienza riuscendo ad individuare quelle caratteristiche e qualità resilienti presenti negli individui perché innate, ma anche potenziabili perché suscettibili dell’azione educativa: i fattori di resilienza individuali, infatti, hanno una caratteristica di tratto e di processo (Richardson, 2002). Attraverso l’osservazione di persone che avevano brillantemente superato circostanze di vita molto critiche, quindi, sono state definite una serie di caratteristiche personali utili a moderare gli effetti negativi dello stress e a promuovere un positivo adattamento del soggetto. Tra queste annoveriamo: una visione equilibrata della vita, la perseveranza, l’autostima, l’autoefficacia, l’autodisciplina, l’autonomia, il pensiero critico e la capacità di problem solving, le abilità sociali e non da ultimo il senso dell’umorismo e l’ironia. Anche l’attribuzione causale degli eventi costituisce un fattore importante: nei resilienti, la realtà viene percepita secondo le potenzialità e gli ostacoli oggettivi insiti in essa. Perciò questi individui sono propensi ad elaborare strategie costruttive al fine di superare le difficoltà (Wagnild, Young, 1993; Oliverio Ferraris, 2004).

Dalla resilienza come tratto stabile di personalità gli studiosi passano a considerare la relazione tra fattori di rischio e fattori di protezione: lo spostamento del focus attentivo avviene a partire da uno dei più famosi studi che affronta il tema della resilienza, quello di Emmy Werner del 1955. La Werner in questa ricerca longitudinale studiò un campione significativo di bambini nati alla Hawaii in condizioni di vita sfavorevoli (povertà, problemi familiari). Al termine dell’indagine emerse che circa un terzo dei bambini era transitato all’età adulta vivendo una vita tendenzialmente serena e con successo sia personale, che relazionale che lavorativo. Di conseguenza, si mise in luce la correlazione dei fattori di protezione e di rischio, considerando il valore ‘contenitivo’ dei primi sui secondi. In particolare, la resilienza, sebbene sia riduttivo considerarla come mero fattore protettivo perché data da una molteplicità di caratteristiche genetiche, neuro-fisiologiche e psico-sociali, svolge un ruolo fondamentale nel contrastare il disadattamento che un ‘cumulo’ o sovrapposizione di fattori di rischio (ambientali, come guerre, catastrofi e povertà; sociali, come disoccupazione e isolamento; di salute, come deficit o patologie) può provocare (Werner, 1984).

Un’importante distinguo in campo psicologico va fatto tra resilienza e strategie di coping: tramite la resilienza, infatti, l’individuo affronta l’evento stressante ottenendo un successo dal superamento dello stesso; nel coping, invece, le strategie messe in atto richiamano il concetto di far fronte all’evento e l’eventualità che le modalità d’azione attuate possano avere un esito fallimentare, portare quindi dei risvolti non positivi per il soggetto. La resilienza, pertanto, agisce in contesti spazio-temporali ampi ed allargati, a differenza delle strategie di coping che vengono attuate in modo circoscritto all’hic et nunc (Cyrulnik, Malaguti, 2005).

Uno tra i più importanti modelli teorici in cui si scorge il tema della resilienza è senz’altro quello sviluppato da Bowlby con la teoria dell’attaccamento. La resilienza, nel bambino, si costruisce in diversa misura, nella relazione con l’altro, in una sorta di ‘trama’ dell’attaccamento: lo stile d’attaccamento sicuro, una solida affettività nei primi mesi di vita, un ambiente sociale dinamico e aperto, insieme con le percezioni e le interpretazioni del bambino rispetto agli eventi esterni sono fattori che promuovono la resilienza. Da questo punto di vista, la situazione stressante rappresenta l’occasione concreta per attivare un processo di resilienza che ciascun individuo adotterà in modo più o meno funzionale, a seconda delle proprie risorse psicologiche e resilienti e tenuto conto del particolare periodo di sviluppo in cui si trova (Bowlby, 1969; 1974; 1980).

Concludendo questa breve disamina, pare opportuno rilevare come la resilienza, nel suo essere al contempo tratto di personalità quindi elemento interno e processo dinamico attivato dall’esterno, sia in così stretta relazione con lo stile di attaccamento e con i processi mentali e fisiologici di ciascuno, sostenendo un’adeguata funzionalità comportamentale e un favorevole superamento delle difficoltà soprattutto se in sinergia con una buona autostima e fiducia interiore derivante da un attaccamento sicuro (Ciancio, 2017, in pubblicazione).

 

 

 

Bibliografia

Bowlby J. (1969),  Attachment and loss, Attachment,  vol. 1, London, Hogarth Press. 

˗ (1974), Attachment and loss, Separation, vol. 2, London, Hogarth Press.

˗ (1980), Attachment and loss, Loss, vol. 3, London, Hogarth Press.

Ciancio C. (2017) (in pubblicazione), Resilienza e stili di attaccamento: influsso sui processi di apprendimento.

Cyrulnik B., Malaguti E. (a cura di) (2005), Costruire la resilienza, Trento, Erickson.

Malaguti E. (2005), Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà per migliorarsi, Gardolo (TN), Erickson.

Oliverio Ferraris A. (2004), La forza d'animo. Cos'è e come possiamo insegnarla ai nostri figli, Milano, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli.

Pilieri B. (2015), La resilienza: il più grande strumento umano, EBook.

Richardson G. (2002), The meta theory of resilience and resiliency, in Journal of clinical psychology, 58(3), 307-321.

Wagnild  GM.,  Young  HM.  (1993),  Development  and  psychometric  evaluation  of  the  Resilience  Scale, in  Journal  of  Nursing  Measurement,  1(2),  165-178.

Werner E. (1984),  Resilient Children,  in Young Children, 40(1), 68-72.

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