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LA FATICA DEL PRENDERSI CURA

Maria Lilla Mercato, in "Le storie non invecchiano" (a cura di) COTRAD ONLUS, Edizioni Umanistiche Scientifiche, 2015.

Qualche anno fa mi venne chiesto, durante un laboratorio di autobiografia, di “Raccontare la fatica del prendersi cura”. Non fu cosa semplice, passai più di qualche giorno davanti un foglio bianco cancellando continuamente quelle poche, sterili, frasi che di tanto in tanto mi venivano in

mente. Non riuscivo a scrivere, ma sentivo di avere qualcosa da dire.

Oggi quello che ho scritto mi sembra quanto mai appropriato a questo nostro lavoro, parla di me, del mio quotidiano vivere il rapporto con gli anziani, e credo parli un po’ di tutti quegli operatori che si dedicano al lavoro di cura.

Tutto è iniziato durante il periodo del mio tirocinio post lauream. Appena arrivata, infatti, mi avevano chiesto di raccogliere la storia di vita del signor Francesco. Dovevo scrivere la sua storia per cercare di coinvolgerlo in un’attività che lo rendesse partecipe in prima persona, l’obiettivo era supportarlo in un periodo particolarmente triste, aiutandolo a ridare senso alla sua esistenza

attraverso un percorso di ricostruzione del suo passato e di riflessione sulla sua vita.

Ricordo ancora il primo giorno a casa di Francesco, a fatica cercavamo di scavare tra i ricordi sbiaditi dal tempo e i nomi di parenti dimenticati. Parlava lentamente, i pensieri si mescolavano in maniera confusa, mentre mi guardava stupito da tanta attenzione nei suoi riguardi, sembrava contento e imbarazzato al tempo stesso. A volte avevo la sensazione che ricordare i bei tempi passati lo facesse soffrire. Aveva l’aria triste di chi aspetta la morte come si aspetta l’ora del pranzo.

Ma quando la storia di Francesco fu pronta (anche se a dire il vero non era proprio un capolavoro di biografia!) lui con orgoglio iniziò a mostrarla ai tanti visitatori che passavano da casa sua (medici, fisioterapisti, assistenti domiciliari). Credo perciò che ne fosse contento.

Fu proprio a casa sua che per la prima volta mi trovai davanti alla “fatica del prendersi cura”.

I nostri incontri settimanali erano accompagnati dai lamenti di sua moglie, gravemente malata, condannata da anni su una sedia a rotelle, ma noi ci eravamo abituati a quel monotono sottofondo e non ci sentivamo disturbati (è triste come ci si possa abituare alla sofferenza altrui).

Nella stanza si aggirava spesso una piccola donna, dall’età indefinita, era l’assistente domiciliare mi era stato detto, io non capivo bene quali fossero le sue mansioni, l’avrei capito un paio di anni più tardi quando mi sarei trovata al suo posto a preparare il pranzo a Francesco e ad imboccare sua moglie. Quella donna minuta con timidi occhi chiari sarebbe diventata la mia collega Margherita.

Avvicinando Francesco mi ero accostata per la prima volta a quello che ben presto sarebbe diventato il mio lavoro. In quella casa avevo respirato la stanchezza e la rassegnazione di chi vive giorni sempre uguali perché non si aspetta più nulla dalla vita.

Conoscendo Francesco, ormai da anni costretto in casa per prendersi cura della moglie, avevo capito che la sua più grande malattia era proprio la “fatica del prendersi cura”, una fatica che si moltiplica quando la persona che devi accudire è quella donna instancabile che ha mandato avanti una casa e cresciuto i tuoi figli, quella donna meravigliosa che ha riempito di gioia la tua vita ed oggi è la tua più grande disperazione!

Sono passati quasi  10 anni, e oggi faccio l’assistente domiciliare agli anziani, e conosco bene la fatica del prendersi cura, la vivo tutti i giorni.

Ma quanto lavoro prima di entrare nei loro mondi, così diversi e al tempo stesso così uguali!

Quanta fatica per costruire una relazione: saper essere utili ma non indispensabili, saper aiutare senza rendere dipendente l’altro, saper rispettare e farsi rispettare, saper essere dolci ma determinati quando serve, saper ascoltare e farsi ascoltare, saper consolare ma anche rimproverare, saper entrare ma senza invadere.

È un equilibrio che si gioca giorno per giorno, va studiato, negoziato, modificato, perseguito con tenacia e con pazienza, è un equilibrio che si fonda sulla capacità di mettersi in discussione sempre, con umiltà.

Quando ho deciso di fare questo lavoro, a dire il vero, non è stato facile. “Una laurea in Psicologia e adesso mi mandano a cambiare i pannoloni!”, pensavo. Anche perché io di pannoloni non me ne intendevo per niente! Ma sono bastate poche settimane per accorgermi che non era proprio così!

Le prime settimane di lavoro ho ascoltato, osservato, studiato, mi sono arrabbiata e scoraggiata, delle volte ho avuto paura di non farcela, ma piano piano ho imparato. E quando mi sono sentita sicura di quello che avevo imparato è svanita la paura, e la preoccupazione ha ceduto il posto alla gioia della relazione.

Ho scoperto che quando si riesce a instaurare un buon rapporto con la persona, con rispetto, delicatezza e un po’ d’ironia, persino una pratica di per sé imbarazzante come quella dell’igiene personale, può diventare un momento giocoso e divertente.

Oggi posso affermare che il mio lavoro, per quanto a volte sia molto faticoso, mi piace ancora e mi gratifica, ma soprattutto mi dà modo di crescere e imparare sempre cose nuove.

Oggi ho imparato, e ho voglia di continuare a imparare, ma quanta fatica! È un lavoro continuo, giorno dopo giorno, per mantenere quel fatidico equilibrio tra professionalità e coinvolgimento, tra distacco e affetto. Il mio lavoro è mettersi in discussione sempre, è ricordarsi, ogni volta, che “prendersi cura” non vuol dire “farsi carico”.

Prendersi cura vuol dire sentirsi felici per aver regalato un sorriso, avendo la consapevolezza che ci sono giornate senza sorrisi, problemi senza soluzioni, malattie senza guarigioni.

Prendersi cura vuol dire percepire il limite e accettarlo, a volte sentirsi impotenti, avere freddezza e lucidità, essere presenti ma non coinvolti, riuscire a non farsi assorbire dalla sofferenza dell’altro.

Certi giorni penso di essere nata per fare questo lavoro perché mi accorgo che di fronte ad una persona in difficoltà riesco a tirare fuori il meglio di me, la mia gioia, la mia energia, la mia voglia di vivere, altri giorni penso di non aver fatto del mio meglio, o di non essere stata abbastanza professionale. Tutti i giorni penso che mi piace il mio lavoro perché mi appassiona, mi fa sentire viva, mi costringe, ogni giorno, ad imparare dalla vite degli altri.

Forse pecco un po’ di presunzione, ma quando immagino il mio futuro da anziana penso che mi piacerebbe avere un’assistente domiciliare come me!

 

GIOVANI E ALCOL: SPUNTI DI RIFLESSIONE PER LA PREVENZIONE*

*Tratto dall’articolo: Fiz Pérez Francisco J., Ciancio Catia (2012), Dipendenza da Alcol.

Definizioni ed epidemiologia, in “Información Filosófica”, Vol. IX (2012) núm. 19, pp. 153-182.

Nello specifico della fascia di età giovanile, stiamo assistendo ad un fenomeno sempre più in crescita, sia a livello nazionale che internazionale ma che, solo negli ultimi anni, sta attirando l’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto se ad essere coinvolti sono i nostri figli, gli adulti del domani. Secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene l’Italia sia, in Europa,

il Paese dove si consuma meno alcol, negli ultimi anni c’è stato un notevole aumento, soprattutto tra le donne. È, invece, preoccupante la diffusione di alcol tra i ragazzi di 11 – 12 anni; nel periodo che va dal 1998 al 2007 c’è stato un incremento per i maschi dal 15,2% al 22,7%; per le femmine dal 9,7% al 17,9%. La media totale dei giovani che fanno uso di alcol e, soprattutto, provano “l’ebbrezza” della prima ubriacatura (“binge drinking”), è la seguente: nei ragazzi dagli 11 ai 15 anni è del 19,9%; nei giovani dai 16 ai 17 anni sale fino al 54,7% ed infine, nei giovani tra i 18 e i 19 anni è del 69,6% . La bevanda più diffusa è la birra,

seguita da aperitivi alcolici e dal vino. Da un sondaggio dell’ospedale di Bologna risulta che, in un anno, sono aumentati di 100 unità i ricoveri di ragazzi in preda ai postumi dell’alcol, contro le direttive del Ministero della Salute che raccomanda la totale astensione dei giovani dall’alcol almeno fino ai 15 anni. Nel 2007, l’8% dei ragazzi di 11 anni aveva confermato il binge drinking almeno una volta all’anno. Bevono il 32,3% dei giovani tra gli 11 e i 17 anni che vivono in famiglie dove si fa uso non moderato di alcol; scende al 24,8% tra i soggetti che appartengono a famiglie in cui non si consumano alcolici.

Ciò che più colpisce, di questo fenomeno, è il fatto che non solo 6 ragazzi su 10 sono a conoscenza degli effetti dannosi dell’alcol sulla salute, ma che essi non sappiano fare a meno del fascino esercitato dal suo consumo di queste sostanze.

Nelle ragazze, infatti, l’alcol ha un effetto ancora più violento ed immediato rispetto ai loro coetanei di sesso maschile. Non sono ancora molti gli studi in merito (R. Mancinelli e M.S. Guiducci,à 2004 ), ma è comunque stato evidenziato che a parità di condizioni, l’assunzione di eguali dosi di alcol provoca un maggior innalzamento del loro livello di concentrazione di alcol nel sangue ( BAC ) rispetto ai coetanei maschi. Le cause di ciò possono essere diverse, ma una di queste è insita nella natura stessa della donna: la sua massa corporea presenta, rispetto all’uomo, una quantità maggiore di tessuto adiposo e minore di acqua. Quindi, nel

momento in cui essa assume dell’alcol e, visto che questo si diffonde nell’acqua, il volume di distribuzione nella donna è minore e più elevata risulta la concentrazione di etanolo nel suo sangue.

Di conseguenza, nelle ragazze l’abuso di alcol crea un danno maggiore nel minor tempo, in quanto il processo di intossicazione viene raggiunto con una quantità meno elevata di alcol. Così anche l’evolversi di patologie più gravi presentano un decorso più rapido.

Inoltre, è stata riscontrata una stretta correlazione tra l’uso di contraccettivi orali ed alcol: la combinazione alcol + estrogeni accelera lo sviluppo di cirrosi ed epatiti, dopo un periodo più breve di eccesso nel bere e con minori quantità giornaliere di sostanze alcoliche, rispetto a quelle assunte dagli uomini.

 

Out of bounds (Voglia di rischio)

L’adolescenza è un periodo in cui l’individuo subisce rapidi cambiamenti fisiologici e psicologici: egli cerca di affermare la propria personalità mettendosi continuamente in discussione con il mondo degli adulti.

Elementi personali, fisiologici ed ambientali possono influenzare il  giovane da un punto di vista psico-sociale, facilitando o meno i suoicomportamenti a rischio.

Bisogna sottolineare che il fattore “rischio” è parte integrante del normale percorso evolutivo dell’adolescente; rischiare vuol dire mettersi alla prova, valutare le proprie capacità ed i propri limiti. Se, infatti, tale comportamento assume una valenza “costruttiva”, ecco che l’adolescente si avvicina a numerosi sport, attività artistiche, ecc. Se, invece, tale “energia”

viene investita da elementi distruttivi, ecco che abbiamo l’abuso di alcol, la droga, il bullismo, ecc.

Esistono così giovani che fanno volontariato, riprendono gli studi interrotti, imparano a suonare strumenti musicali o praticano con successo vari sport; ma accanto troviamo giovani che, invece, si trovano intrappolati in comportamenti pericolosi ed involutivi. Questi è sempre più proteso a sfidare i propri limiti,si sente esente da ogni rischio e pericolo, ma

soprattutto capace di gestire e modificare ogni momento della propria vita.

Se sopraggiunge un evento disastroso, è questo da ritenersi un fatto del tutto fortuito, dovuto alla casualità oppure ad un momento di normale distrazione. Questo processo di razionalizzazione, che gli adolescenti adottano frequentemente, tende a giustificare il loro comportamento nocivo alla salute. La voglia di conoscere e scoprire il mondo, tipico dell’infanzia, lascia ora il posto alla ricerca della piena gratificazione di forti emozioni, di sensazioni mai provate a livello emotivo, fisico e sociale. L’impulsività e l’esperienza oltre ogni limite prendono il sopravvento sulla ragione.

 

L’influenza dei mass media sui giovani adolescenti

È proprio in questa importante fase della sua vita che l’adolescente subisce l’influenza delle mode e, soprattutto, dei mass media. Egli deve appartenere al gruppo, sentirsi uguale agli altri e come gli altri vestire, parlare, ecc., per questo i messaggi provenienti dagli schermi video (TV, cinema, internet), hanno un grande potere di persuasione sui giovani, diventando

così potenti stimoli per l’acquisizione o meno di comportamenti a rischio. I messaggi mandati in onda sui mass media, non si limitano ad essere subliminali, bensì chiari ed espliciti: vediamo offrire birra agli ospiti durante le interviste televisive, oppure idoli del mondo della canzone o del cinema che confessano apertamente (e senza nessuna traccia di

pentimento) la loro dipendenza dall’ alcol e droghe “leggere”; o, ancora, concerti rock sponsorizzati da multinazionali dell’alcol. L’alcol diventa così un elemento quasi “ socializzante”, che fa stare bene con se stessi e con gli altri,un “ gradito ospite “ di cui non si può fare a meno per rendere la serata più piacevole. Esso viene, in un certo senso, “legittimato” dagli adulti stessi.

 

L’importanza del gruppo

Spesso informare i giovani delle conseguenze negative del bere, riguardo la loro salute, è insufficiente a far loro cambiare idea. Come già detto, l’adolescente è in continuo evolversi, sempre in discussione con il mondo degli adulti per affermare la propria personalità e, quindi, è del tutto normale che essi ignorino le informazioni riguardo i danni provocati dal bere. Inoltre, essendo il loro vissuto legato al presente ed all’immediato futuro, è difficile per loro riuscire a proiettarsi in una realtà problematica che si manifesterà, invece, in età adulta. Ciò che più coinvolge l’adolescente è la grande voglia di appartenere al gruppo, di farne parte integrante per sentirsi meno insicuro e poter rafforzare così la propria identità. È il gruppo a spingerlo spesso verso comportamenti trasgressivi (J.F. Fiz Perez, 2007) . Provare “emozioni forti”, quali il bere o il binge drinking, sono spesso comportamenti dettati dal gruppo al singolo, quale “ prova di iniziazione” per far parte del gruppo stesso. Il trasgredire,

infatti, porta il ragazzo a soddisfare la propria sensazione di onnipotenza ed, allo stesso tempo, attenuare il senso di insicurezza.

La famiglia ha in sé un ruolo educativo molto importante, ma in questa fase evolutiva del ragazzo, le idee ed i suggerimenti del gruppo hanno sempre la meglio: gli amici sono più credibili ed hanno più potere decisionale dei genitori, percepiti questi, invece, come ostacolo per il raggiungimento della piena libertà.

Alcune ricerche (Pollo, 2000) hanno confermato come il gruppo abbia un ruolo fondamentale nel condizionamento del singolo individuo, come gli amici siano in grado di far aumentare o diminuire il comportamento a rischio. Far parte del gruppo rimane, per l’adolescente, un fattore non solo importante, bensì necessario, sia per lo sviluppo della sua identità che per accettare i propri cambiamenti fisici e psichici, ma soprattutto per separarsi dalla famiglia dando così spazio a nuovi legami affettivi.

Gli amici diventano le persone con cui confrontarsi quotidianamente, con cui condividere le proprie esperienze ed, in particolare, “l’amico del cuore” acquista un ruolo importante per la condivisione di valori ed ideali.

È importante, quindi, far sì che l’adolescente si trovi inserito in un contesto di gruppo positivo, “sano”, che possa stimolare la sua creatività ed i suoi interessi, che lo sottragga alla noia attraverso comportamenti costruttivi e non distruttivi.

Siano essi gruppi a carattere sportivo, artistico o sociale, l’importante è che l’adolescente si senta valorizzato in quello che fa e che la sua crescita sia accompagnata anche da un sano sviluppo critico.

 

Il ruolo della famiglia

Sebbene l’adolescente ne sminuisca di molto il ruolo, la famiglia può e deve contribuire ad un normale sviluppo del proprio figlio. Da alcune ricerche (A. De Santi, A. Pellai, 08/1) è stato visto che l’osservazione, il controllo ed il sostegno affettivo sono gli elementi che possono incidere sui comportamenti dei ragazzi: per l’adolescente il rispetto delle regole, così come la sensazione di essere protetto ed amato dai propri genitori, rimane comunque un’ importante certezza. (sensazione di sicurezza). L’individuo, invece, lasciato in balìa delle proprie pulsioni, senza un adeguato controllo, andrà sempre alla continua ricerca di esperienze estreme che lo possano gratificare, ed eccolo sempre più insoddisfatto ed annoiato. L’alcol, la droga, il sesso estremo o le folle corse in macchina, diventano l’unico scopo della sua vita. La famiglia, inoltre, non può e non deve ignorare i segnali di aiuto che il ragazzo manifesta: il disagio scolastico, l’uso anche se non costante di alcol o droghe, atti di microcriminalità o bullismo, ma anche stati di depressione, ansia spesso celano disagi ben peggiori; essi devono far riflettere i genitori e portarli verso un aiuto più competente e qualificato.

Solo attraverso un’adeguata collaborazione famiglia-educatori, si può aiutare l’adolescente ad intraprendere un comportamento valido, proteso ad un sano sviluppo nel rispetto della propria persona. La percezione del rischio e la voglia di trasgressione vengono così canalizzate verso comportamenti più maturi e costruttivi. Si potrebbe, a questo punto, consigliare ai genitori di tener presente alcuni aspetti, quali:

mai sottovalutare i comportamenti a rischio dei propri figli. Anche se la ricerca di pericolo fa parte dello sviluppo evolutivo del ragazzo, facilmente questi può incorrere in comportamenti dannosi per la propria salute. Nel nostro caso, l’uso dell’alcol viene spesso giustificato con frasi tipo:” Non potevo rifiutare davanti ai miei amici”, o “Ne ho bevuto poco,e poi, lo reggo bene”: le ubriacature si fanno sempre più frequenti e difficili da evitare.

Adottare un comportamento positivo nei confronti del ragazzo che fa uso di alcol: nulla è irrimediabile ed insieme si può trovare una soluzione “sana”. Il fallimento, anche a livello comportamentale, è parte integrante dell’essere umano e per questo deve essere vissuto come un momento di crescita e non di disagio ed umiliazione di sé. Dare spazio al “colloquio” spesso aiuta a prevenire i rischi. Ritagliarsi un po’ di tempo per parlare con i figli, conoscere i loro problemi, le loro paure, ma anche i loro sogni serve per continuare a far parte del loro mondo senza esserne del tutto emarginati. Inoltre gli adolescenti lanciano sempre dei sottili messaggi verbali sui loro comportamenti pericolosi, ma se non parliamo con loro non è possibile aiutarli. E qui un ruolo importante viene acquisito dal padre il quale, secondo recenti studi (Jessor R, Turbin MS, Costa FM., 1997) si è potuto notare come egli abbia un ruolo fondamentale nel determinare i comportamenti corretti dei figli. Non bisogna dimenticare che i comportamenti dei genitori sono i  primi modelli da imitare, infatti il numero degli adolescenti che bevono aumenta là dove anche i genitori fanno un uso incondizionato di alcol.

È necessario incentivare comportamenti positivi e costruttivi, che siano promotori della salute fisica e psichica, come l’inserimento in gruppi di valorizzazione del sé.

 

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MALATTIE CRONICHE E NUOVI MODELLI DI ASSISTENZA

Loreta Ciancio

L’invecchiamento della popolazione si associa ad un aumento dell’incidenza delle malattie croniche inabilitanti e ciò impone la realizzazione di un modello di cura del malato che sia sempre più spostato verso il territorio.

Nell’ambito delle malattie croniche, nell’ultimo decennio si stanno delineando nuove figure emergenti: l’anziano fragile, il malato oncologico, i migranti, i soggetti con disagio sociale.

In questo contesto la realizzazione dell’assistenza non è ancora in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini; bisognerebbe allargare il campo di azione e di  intervento, valutando oltre agli aspetti più strettamente medici, anche quelli assistenziali. In tale direzione il Professore di Medicina Interna, presso il Dipartimento Scienze mediche e chirurgiche dell’Università Magna Grecia di Catanzaro, Francesco Perticone in un suo articolo mette in evidenza la  recente proposta del Ministero della Salute di un «Piano Nazionale della Cronicità», atto a contribuire al miglioramento della tutela di malati cronici proponendo un nuovo approccio assistenziale che tenga conto del paziente nella sua unitarietà psico-fisica, riconoscendo un ruolo primario al medico in rete con gli specialisti di ciascuna patologia cronica, che rimangono fondamentali per procedure specifiche[1]. 

Tra le patologie croniche emergenti, un’attenzione particolare va data a patologie quali il diabete mellito, la sindrome metabolica, le malattie cardiovascolari, in crescita anche nell’adulto non anziano, a causa delle cattive abitudini alimentare e della scarsa attività fisica che favoriscono l’obesità.

Soffermandoci sulle malattie cardiovascolari, vediamo che rappresentano la principale causa di morte in Italia  il 44% dei decessi), specie la cardiopatia ischemica che è la prima causa di morte; l’ictus è al terzo posto, dopo i tumori. I pazienti che sopravvivono all’evento acuto cardio e/o cerebrovascolare inevitabilmente diventano malati cronici.

Cosa è possibile fare?

In tale contesto bisogna intervenire preventivamente sui fattori di rischio cardiovascolare modificabili, quali il fumo di sigaretta, l’eccesso ponderale, la sedentarietà, al fine di impedire l’insorgenza di patologie quali il diabete mellito tipo II, l’ipertensione arteriosa, che possono diventare preludio degli eventi acuti.

Ruolo fondamentale nel guidare l’individuo alla correzione di eventuali fattori di rischio, è il medico di medicina generale che avvierà esami di prima linea atti ad individuare segnali d’allarme per poter poi inviare il paziente a figure specialistiche.

Tuttavia risultano in netto aumento anche le malattie neoplastiche, specie tra la popolazione anziana che è portatrice di polipatologie, grazie anche alla maggiore efficacia delle terapie, aumentando la sopravvivenza con effetti variabili sulla qualità di vita.

Anche nell’ambito di tali patologie, come la ricerca e le campagne di promozione sociale ci ricordano, risulta fondamentale effettuare la prevenzione primaria agendo sugli stessi fattori delle malattie cardiovascolari.

Le campagne di screenig per i tumori più frequenti nell’uomo e nella donna, hanno lo scopo di aggredire il tumore nelle fasi più iniziali, ottenendo maggiori risultati sulla possibile guarigione. In questa direzione, appare fondamentale ricordare che oltre la metà di tutte le neoplasie registrate nel 2012 (56,8%) e dei decessi (64,9%) riguardano i Paesi meno sviluppati. Le proiezioni al 2025 stimano circa 20 milioni di malati, caratterizzando in tal modo che il divario è destinato a crescere entro il 2025 e pertanto, in maniera direttamente proporzionale la necessità di rafforzare la prevenzione.

                                     

[1] Perticone F. (2016), Medicina Interna manca continuità, in “Corriere della sera”, 30 ottobre.

UNO SGUARDO ALLE TECNICHE DI RILASSAMENTO: COSA E' IMPORTANTE SAPERE

 Franco Carola

Le tecniche di rilassamento comprendono una moltitudine eterogenea di pratiche e trattamenti, anche molto differenti tra loro, aventi come elemento comune quello di favorire il benessere fisico e/o mentale dell’individuo. Il fine ultimo di ogni tecnica è la genesi di uno stato di rilassamento corporeo, mentale ed emotivo utili al ripristino dell’omeostasi naturale.Le tecniche esistenti nascono sia da una tradizione legata agli studi della psicologia contemporanea, sia da un retaggio culturale di più ampio respiro fortemente intrecciato a pratiche filo mistiche o religiose. Costrutto di base e presupposto imprescindibile è  il considerare la naturale interconnessione corpo/mente dell’essere umano, presupposto in base al quale l’azione su una delle due parti inevitabilmente si rifletterà anche sull’altra. Ne consegue che il rilassamento corporeo comporta tendenzialmente anche l’allentamento di alcune tensioni psichiche e, viceversa, l’induzione di un rilassamento psicologico può portare a sciogliere alcune tensioni muscolari o a rilassare alcuni distretti corporei.

Le tecniche di rilassamento hanno acquisito grande importanza e sviluppo negli ultimi decenni tanto da portare alla nascita di percorsi formativi specifici e al proliferare di professionisti del benessere. Sebbene tali tecniche possano essere molto funzionali integrate ai percorsi di psicoanalisi, psicoterapia o counseling psicologico, non dovrebbero comunque essere intese come sostitutivi di detti percorsi: la loro natura e il loro obiettivo rimangono specie specifici.

 

Tra le più note tecniche di rilassamento di stampo psicologico possiamo ricordare: il Training autogeno, l’induzione ipnotica, il rilassamento di Jacobson, le visualizzazioni libere o guidate attraverso la creazione di immagini mentali e le pratiche contemplative finalizzate a sviluppare o aumentare la concentrazione e la consapevolezza di se stessi.

Le tecniche di rilassamento corporeo comprendono tutte quelle pratiche che intervengono sul corpo:

  • meditazioni ad approccio corporeo

  • tecniche di massaggi

  • tecniche ed esercizi di respirazione

  • creazione e colorazione di mandala

  • tecniche di espressione creativa

  • tecniche catartiche

 

L'operatore che si avvalga dell'ausilio di qualunque delle tecniche sopra riportate dovrà essere in possesso di requisiti ed attestazioni valide a certificarne la qualifica. I professionisti in ambito sanitario, medici e psicologi, una volta ottenuta l'abilitazione, per loro stessa natura, possono avvalersi di strumenti operativi di supporto al loro intervento alla persona. Ciò non esenta il professionista dal portare a termine un iter formativo utile all'utilizzo corretto e funzionale dello strumento col quale vuole integrare il proprio operato.

In Italia al momento esiste una crescita rada e spontanea di albi non riconosciuti per operatori del benessere e del rilassamento. L'iscrizione a tali liste non comporta la legittimazione di un operato che per ora è appannaggio solo di laureati iscritti a specifici Ordini Professionali (come Medici e Psicologi, per l'appunto).

CURIOSITA' SUL TRAINER

 Franco Carola

Il temine "conduttore" deriva dal latino Cum-ducere, "guidare, quasi per mano, accanto a sè ".

Già l'etimo suggerisce un'implicita vicinanza, condivisione di direzione ed obiettivo tra conducente e condotto.

Colui che si destreggia nel condurre una tecnica di rilassamento non avrà quindi il compito di indicare la via ad un avventore ed osservarne passivamente il cammino sulla direzione mostrata, ma quello di camminare insieme ad egli, precedendolo ed illustrandogli, passo dopo passo, il percorso a sé già noto. Chi si accinge a guidare una tecnica di rilassamento non può quindi prescindere da un'approfondita conoscenza della tecnica stessa e dei suoi più intimi e sottili effetti su corpo, mente ed emozioni.

 

Ma chi conduce il conduttore?

 

Il professionista che decida di avvalersi dell'ausilio di tecniche di rilassamento dovrà innanzitutto farne esperienza. Al giorno d'oggi non è certo difficile trovare occasione per cimentarsi in questo o quel cammino di benessere: associazioni, centri di meditazione, palestre e scuole spesso offrono nei propri piani formativi e ricreativi varie e variopinte opportunità per indagare il binomio mente/corpo e relativi processi di distensione e relax. Un vero ginepraio all'interno del quale si rende necessario scegliere e saper scegliere ciò che più si presta ad essere di supporto alla propria formazione.

 

La parola d'ordine diventa quindi sperimentare, provare sulla propria pelle quanto i nostri futuri utenti a loro volta proveranno, già nel loro primissimo incedere alla ricerca della tecnica a più adatta.

 

Le tecniche di stampo psicologico come il Training Autogeno costituiscono scelta prioritaria per il loro ampio riconoscimento scientifico e poiché offrono una bibliografia sufficiente a renderle appannaggio del professionista. Ciò non significa però che altre tecniche abbiano minore impatto e funzionalità sull'utenza bisognosa di un ritrovato rilassamento: rimane dunque indispensabile informarsi e provare quanto di più vario il panorama delle tecniche possa offrire.

 

Il conduttore/trainer dovrà:

 

  • Sperimentare su di sè;

  • Essere supervisionato circa la propria personale esperienza;

  • Studiare approfonditamente eventuali bibliografie e metodologie prima di proporle ad altri;

  • Prepararsi adeguatamente attraverso un iter formativo specifico;

  • Conoscere le dinamiche del singolo e del gruppo;

  • Acquisire tutta la strumentazione utile alla conduzione/trasmissione della tecnica;

  • Dimostrare una disponibilità all'empatia e all'ascolto;

  • Appropriarsi di tutti gli strumenti utili ad una costante e perseverante ricerca di nuove strade per il proprio ed altrui benessere.

 

Concludendo, scegliere di condurre tecniche di rilassamento equivale certamente ad appropriarsi di uno strumento di lavoro aggiuntivo valido e spendibile, ma è, prima di ogni altra questione, la possibilità di sperimentare un modo nuovo di intendere ed operare nel proprio mondo lavorativo e personale.

 

L'IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE DEI DISTURBI DEL PAVIMENTO PELVICO FEMMINILE

Linda Cocuzzi

 

Il pavimento pelvico femminile è rappresentato anatomicamente da un’area romboidale che si estende dalla sinfisi pubica al coccige. Rappresenta la parete inferiore della cavità addomino-pelvica ed interessa gli apparati urinario (vescica), genitale (utero e vagina) e digerente (retto e ano).

Il prolasso uro-genitale è una disfunzione del pavimento pelvico, che coinvolge sia la porzione muscolare di sostegno che la porzione connettivale di sospensione e consiste nella discesa verso il basso di uno o più organi pelvici. A seconda dell’organo interessato dal prolasso si può parlare di  cistocele (vescica), isterocele (utero), rettocele (retto) o enterocele (anse intestinali).

Le cause del prolasso sono identificabili in alcuni fattori di rischio come la gravidanza ed il parto, il sovrappeso, l’attività sportiva di tipo agonistico o alcune attività lavorative, la bronchite cronica (tosse frequente) e la stipsi. [1]

La sintomatologia può comprendere: incontinenza urinaria, urgenza minzionale, tenesmo vescicale, disfunzioni sessuali come la dispareunia, incontinenza fecale e sindrome da ostruita defecazione.  

Il percorso diagnostico-terapeutico è molto complesso, poiché richiede l’interazione tra diverse specialità mediche e l’istituzione di centri dedicati alla chirurgia del pavimento pelvico. [2]

Il corteo sintomatologico ha un notevole impatto sulla qualità della vita delle pazienti, pertanto accanto alle metodologie terapeutiche  più invasive,  oggigiorno viene riservata un’attenzione sempre maggiore allo sviluppo di diversi approcci cosiddetti “conservativi”, consistenti nella rieducazione e riabilitazione del pavimento pelvico.

Nello scenario attuale, accanto agli interventi di diagnosi e cura, la prevenzione assume una valenza maggiore, laddove riesca a raggiungere la comunità mediante il coinvolgimento dei singoli individui che potrebbero essere interessati dal fenomeno. [3]

In tale ambito, un ruolo fondamentale nella prevenzione dei principali fattori di rischio, come la gravidanza ed il parto, può essere svolto dall’attività integrata delle diverse figure professionali abilitate alla conduzione dei corsi di accompagnamento al parto ed alla nascita. [4]

Alcuni operatori del settore svolgono già una valida attività di promozione della riabilitazione del pavimento pelvico, inserendo in tali percorsi, oltre a contenuti  informativi  su base più prettamente scientifica dei meccanismi anatomo-fisiologici implicati nella patogenesi del prolasso uro-genitale, anche una parte illustrativa teorico-pratica di tutta una serie di semplici ed efficaci esercizi, mirati a preservare l’elasticità muscolare di quest’area.

 

 Riferimenti Bibliografici:

1.Barbara Bodner-Adler, Chanda Shrivastava, Klaus Bodner: Risk factors for uterine prolapse in Nepal. International Urogynecology Journal-Nov 2007, Vol.18, pp 1343–1346.

2.C. Maher,K. Baessler,C.M.A. Glazener,E.J. Adams,S. Hagen: Surgical management of pelvic organ prolapse in women: A short version Cochrane review . Cochrane Database of Systematic Reviews 2007, Issue 3. Art. No.: CD004014. DOI: 10.1002/14651858.CD004014.pub3.

3.Piano Nazionale della Prevenzione,2010-2012- www.salute.gov.it

4. Progetto Obiettivo Materno Infantile-POMI D.M. 24/04/2000

 

IL SIGNIFICATO FISIOLOGICO DI PENSARE POSITIVO: IL BENESSERE PASSA ANCHE PER LA MENTE! 

Sara Rizzo

Da un punto di vista tanto filosofico quanto fisiologico l’uomo è un’unità somato-psichica. Il corpo e la mente (insieme al corredo emozionale ed affettivo) sono parti integranti ed integrate di un sistema unitario, fortemente interconnesse tra loro e in continua influenza reciproca. 

Ma quanto davvero il pensiero e gli stati di coscienza incidono sugli stati organici e fisiologici che coinvolgono il nostro organismo, come nel caso di patologie anche gravi?

L’interazione corpo-mente è da tempo una realtà scientificamente comprovata. Di fatto i sistemi nervoso, endocrino e immunitario sono in strettissima relazione: è stato rilevato che il cambiamento degli stati di coscienza, per esempio nelle situazioni di rilassamento (meditazione) o di stress, produce effettive modificazioni sul piano ormonale, linfocitario e gastrointestinale (Boscagli, 2011).

Numerose evidenze sperimentali hanno confermato che il pensiero agisce sull’organismo mediante variazioni di parametri del tutto misurabili e che possono interessare la postura, la glicemia, le endorfine, le onde elettromagnetiche emesse dal corpo, le cellule immunitarie. In particolare vale la pena considerare l’influenza esercitata sul sistema immunitario, che si esplica attraverso ormoni e sostanze che vengono rilasciate in determinate condizioni: durante il rilassamento e negli stati di benessere l’organismo libera sostanze simili a benzodiazepine ma prive di effetti dannosi, e immunomodulatori che aumentano le barriere immunitarie; al nervosismo e allo stress, invece, segue la produzione di sostanze eccitatorie e oppiacei naturali, che inibiscono, almeno temporaneamente, la resistenza immunitaria (Felten et al., 1987).

Altri dati indicano la presenza di una cinquantina di neurotrasmettitori che il nostro cervello è in grado di generare se sollecitato per mezzo di un pensiero o di un’immagine mentale. Si è visto, in merito a ciò, come uno stimolo mentale e psichico, appunto, possa risultare addirittura un analgesico di gran lunga più potente della morfina (Berloco, 2011).

Possiamo affermare, allora, che c’è una inscindibile connessione tra il pensiero e la salute.

Se da una parte, infatti, si è sperimentato che pensieri negativi, pessimismo, stati cronici di ansia e tensione, sentimenti di ostilità e cinismo possono avere risvolti patologici, raddoppiando il rischio delle persone di ammalarsi (ad esempio di asma, artrite, emicrania, diabete, demenza, ulcera gastrica e cardiopatie) (Goleman, 1997); dall’altra parte, è apparso evidente che credenze positive, ottimismo, atteggiamenti e condizioni mentali di serenità determinano minore probabilità di sviluppare patologie e una migliore risposta alla malattia, laddove sia già esplicita.     

Ne deriva che “curarsi” passa sicuramente attraverso l’azione dei farmaci ma è necessario sostenersi anche attraverso l’acquisizione ed il mantenimento di un’attitudine e una modalità di pensiero positive. Una simile disposizione mentale produce effetti benefici tutt’altro che immaginari. Per cui, in caso di malattie come la depressione, il Parkinson, la sclerosi multipla, l’osteoartrite o il cancro, molti studi clinici hanno mostrato significative sensazioni di miglioramento per il paziente, date proprio dalle risposte corporee ad un modo positivo di affrontare la malattia e considerare la cura (Proietti, 2014).

Imparare a pensare positivo, infine, non vuol dire trascurare i problemi o essere sempre persone felici, ma significa sviluppare un atteggiamento proattivo e creativo, adottare una maniera costruttiva e proficua di fronteggiare difficoltà e problematiche apparentemente insormontabili.  

Riferimenti bibliografici

Beroco R. (2011), Importanza del pensiero positivo, in http://www.medicitalia.it/minforma/medicina-generale/889-importanza-pensiero-positivo.html?refresh_ce

Boscagli I.  (2011), Il rapporto mente-corpo e il benessere psicofisico, in http://www.psicologi-italia.it/psicologia/psicologia-del-benessere/907/rapporto-mente-corpo.html

Felten DL. et al. (1987), Noradrenergic sympathetic neural interaction with the immune system: structure and function, in Immunological Reviews (100), 225-260.

Goleman D. (1997), Intelligenza emotiva, Milano, Rizzoli 1997.

Proietti G. (2014), Gli effetti del pensiero positivo sulla malattia organica, in http://www.psicolinea.it/positivo-malattia-organica/

LA VECCHIAIA EMOZIONANTE

Catia Ciancio

 

Ogni progetto richiede una motivazione… Negli anni, diversi sono i progetti a cui ho potuto partecipare, tra i quali, in particolare, quello nell’ambito dell’assistenza agli anziani fragili e Alzheimer, realizzato insieme a stimati colleghi e in partnership con importanti associazioni (ADA Lazio, AUSER Lazio, ANTEAS Lazio, ALZHEIMER UNITI Onlus, Casa della Solidarietà Onlus). Aldilà del progetto in sé vorrei soffermarmi a ricordare la fondamentale esperienza dello “stare in relazione”, come “strumento” che renda davvero possibile qualsiasi relazione d’aiuto. A questo proposito non posso fare a meno di ricordare un seminario tenuto dall’emerito dott. Fasolo sui pazienti anziani, un incontro ricco di spunti di riflessione. Primo fra tutti i pensieri risuonava il termine “VECCHIO”: Fasolo iniziò a parlare di sé come nonno in pensione introducendo, così, il gruppo di vecchi, muovendosi dai fattori terapeutici del gruppo al sovradosaggio. Il vocabolario dei sinonimi e contrari riporta: (sinon.) di tarda età, anziano, longevo, attempato, decrepito, antiquato, disusato, logoro, cadente;  (contr.) giovane, nuovo, recente. E’ proprio qui il punto, vecchio può essere associato a qualcosa di passato, stra-usato o fuori moda e, quindi, qualcosa che non serve più, da buttare, da cambiare con il nuovo. Tuttavia, proprio citando Fasolo, parliamo di persone, di soggettività, di esperienze di vita…

In fondo un cambiamento richiede la consapevolezza di ciò che è passato per fare in modo che vi sia la separazione da esso e l’individuazione del nuovo.

Il concetto di cambiamento, quindi, implica di per sé sia il declino sia lo sviluppo; Dewey (1939, in Laicardi, Pezzuti, 2000), parla del paradosso dell’invecchiamento e della maturazione. L’individuo nel passare degli anni diventa biologicamente vulnerabile fino a morire, nel contempo maturando in  esperienza e conoscenza. Numerosi sono gli studi sul processo dell’invecchiamento (Zanetti et al., 2002) inteso come alternanza tra discontinuità e continuità, tenendo presente l’incidenza sulla continuità di un invecchiamento normale di malattie, eventi esterni, ecc… Tuttavia, anche la discontinuità porta in sé un’accezione “evolutiva”, quando rappresenta la possibilità di far riemergere risorse presenti ma dimenticate, di cui l’individuo può riappropriarsi (Laicardi, Pezzuti, op.cit.).

 Ecco, quindi, l’importanza di “incontrare” l’immagine in fieri del vecchio: darsi la possibilità, nella pratica clinica, di non “prendere la massima distanza, con la più strenua oggettivazione possibile, dai vecchi, dal loro involuto modo di esprimersi, dalla loro paradossale, incompetente saggezza” (Fasolo, 2006, pag.39).

Solo così, infatti, si potrà “stare in relazione” attraverso la dinamica dell’ “incontro con l’Altro”.

Ogni progetto richiede un motus intrinsecamente correlato a emozioni, ma occorre che il professionista in primis possa riconoscerle per rendere ogni progetto realizzabile in modo autentico.

 

                                                                          

BIBLIOGRAFIA

Fasolo F. (2006), “Terapia di gruppo con gli anziani: quale “scientificità va garantita ai nostri anziani?”, Gruppi, Vol. VIII, N. 1.

Fasolo F. (2006), “Crescere anziani: il contributo integrativo della Gruppoanalisi”, in Scocco P., De Leo D., Pavan L. (a cura di), Manuale di psicoterapia dell’anziano. Bollati Boringhieri, Torino.

Fasolo F. (2007), Psichiatria senza rete, CLEUP, Padova.

Fasolo F. (2007), “Caregiver sarà lei! Un approfondimento sulle reti relazionali”, in Neve E., Berto I. (a cura di), Anziani non autosufficienti: prendersi cura di chi si prende cura. Fondazione E. Zancan, Padova.

Laicardi C., Pezzati L. (2000), Psicologia dell’invecchiamento e della longevità, Il Mulino, Bologna.

Zanzi, E. e Cavallero, P. (2000), L’anziano e il farmaco: corpo e pensiero tra sofferenza e rimedio, “Psicologia Europea“, n. 2, anno XII, Edizioni Universitarie Romane, Roma.

Zanzi, E., Venturelli, A. (2002), Psicologia dell’invecchiamento, “Bollettino d’informazione dell’Ordine degli Psicologi della Regione Emilia-Romagna“, n.1, Gennaio.

LA QUESTIONE VACCINI, ALDILÀ DEI PUNTI DI VISTA

Ciancio Catia e Ciancio Loreta

 

Diverse sono le posizioni considerate e, probabilmente prese, riguardo ormai l’ampiamente discussa “questione vaccini”, così come altrettanto varie sono le notizie che si trovano navigando nel Web. Complessivamente, risulta condivisibile l’importanza della spiegazione tecnico-scientifica di medici, immunologi, biologi; tuttavia, seppur specialistica, tale prospettiva rischia di essere poco esaustiva se si tralascia quella politica.

Scopo di questo articolo è evidenziare in modo sintetico e fruibile a tutti quanto i diversi contributi in materia ci ricordano: a partire dall’origine, la scoperta del vaccino, fino ad arrivare alla sua evoluzione a scopo profilattico e terapeutico.

Innanzitutto ci sembra opportuno ricordare la definizione di salute data nel 1946 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): "Stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia". Tale definizione ci ricorda, da un lato, uno dei diritti basilari delle persone, dall’altro il dovere degli Stati nel promuovere la salute collettiva.

Successivamente, nella Conferenza dell’OMS tenutasi nel 1986, fu elaborata la carta sulla promozione della salute (Carta di Ottawa) che ne amplia la definizione: "La promozione della salute è il processo che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggior controllo sul loro livello di salute e migliorarlo. Questo modo di procedere deriva da un concetto che definisce la salute come la misura in cui un gruppo o un individuo possono, da un lato, realizzare le proprie ambizioni e soddisfare i propri bisogni e dall’altro, evolversi con l’ambiente o adattarsi a questo. La salute è dunque percepita come risorsa della vita quotidiana e non come il fine della vita: è un concetto positivo che mette in valore le risorse sociali e individuali, come le capacità fisiche. Così, la promozione della salute non è legata soltanto al settore sanitario: supera gli stili di vita per mirare al benessere".

Senza dimenticare che “la vaccinazione è un diritto fondamentale di ogni bambino ed è stata individuata come una delle azioni necessarie per ottemperare alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia”.

Da questa premessa ed in linea con il tema da trattare, non possiamo fare a meno di sottolineare quanto la prevenzione delle malattie infettive costituisca uno dei principali obiettivi della Sanità Pubblica, di cui ognuno è responsabile.

 

Pertanto, le vaccinazioni sono una scoperta che ha cambiato il volto della storia della medicina: grazie all’uso dei vaccini è stato abolito il vaiolo, sono quasi scomparsi il tetano, la poliomielite, la difterite, così come risultano ridotte le malattie virali (epatite B, morbillo, rosolia, parotite) e le malattie batteriche (meningite).

Ma di cosa si tratta?

Il nome vaccino (dal latino vaccinus, vacca), deriva dalle prime sperimentazioni di Edward Jenner nel 1796: il vaiolo prelevato dalle vacche infette veniva inoculato negli uomini allo scopo di immunizzarli. Il vaccino, quindi, è un prodotto la cui somministrazione è in grado di indurre una risposta immunitaria specifica contro un determinato microrganismo (virus, batterio o parassita). I vaccini possono essere costituiti da microrganismi vivi attenuati, cioè in grado di indurre la risposta immune ma non la patologia; da microrganismi inattivi (uccisi) o da componenti (frammenti) di questi agenti.

Lo scopo dei programmi di vaccinazione consiste nel fatto che la vaccinazione di un numero di individui avrà effetti positivi sulla popolazione estesa, in quanto in grado di indurre la cosiddetta immunità di branco (immunizzando, appunto, la maggior parte della popolazione). Inoltre, gli stessi individui, in cui non è avvenuto il contatto con il patogeno, vengono protetti interrompendo, così, la catena di infezione. Per consentire che ciò accada, è stato stimato che occorre la vaccinazione di almeno l’80% della popolazione.

In seguito alle vaccinazioni possono presentarsi effetti collaterali, la cui incidenza, tuttavia, risulta inferiore a complicanze causate dall’infezione naturale.

Negli ultimi anni le stesse evidenze scientifiche sono al centro di un contraddittorio politicizzato, tanto da attivare un altro tipo di contagio sociale: paura verso il vaccino come artefice di altre patologie (ad esempio, autismo, malattie autoimmuni, altro) e ansia, definibile come la paura senza oggetto. Eppure gli studi validati non mancano, basti pensare alla raccolta di 45 studi scientifici Internazionali sulla sicurezza dei vaccini dell’American Academy of Pediatric (2013). D’altronde, attestato che la modalità di comunicare produce una risposta emozionale, in linea con l’esigenza di informarsi consapevolmente, sarà altrettanto importante chiedersi quanto addirittura il panico possa essere funzionale al controllo. Di seguito si riporta una sitografia fruibile a tutti per attingere informazioni più dettagliate e consapevoli.

 

 

Sitografia:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/25/vaccini-a-decidere-sia-la-politica-e-non-linteresse-multinazionale/3613330/ IlFattoQuotidiano.it / BLOG / di Diego Fusaro

https://it.wikipedia.org/wiki/Vaccinazione#Storia

http://www.epicentro.iss.it/focus/globale/documentazioneMondo.asp

https://it.wikipedia.org/wiki/Promozione_della_salute

www.move-europe.it/Salute.htm

http://docplayer.it/3824032-I-virus-protagonisti-di-grandi-tragedie-ma-anche-possibili-alleati-per-la-salute-quale-evoluzione-nel-prossimo-futuro.html

Jain, A., Marshall, J., Buikema, A., Bancroft, T., Kelly, J. & Newschaffer, C. (2015). Autism Occurrence by MMR Vaccine Status Among US Children With Older Siblings With and Without Autism. JAMA, 313
in: http://www.stateofmind.it/2015/05/vaccino-causa-autismo/

Gallucci A. (07/05/2015), Il vaccino MPR possibile causa dell’Autismo? Le risposte di uno studio americano. La ricerca dimostra che non esiste nessuna associazione tra il vaccino MPR e l’insorgere di patologie dello spettro autistico, in linea con studi precedenti,in: http://www.stateofmind.it/2015/05/vaccino-causa-autismo/

http://www.vaccinarsi.org/contro-la-disinformazione/web-e-vaccinazioni.html

 

http://www.epicentro.iss.it/temi/vaccinazioni/pdf/Piemonte.pdf

Ara G., Giovannetti F. (2012) Vaccinazioni: le risposte alle domande più frequenti dei genitori, in: http://www.epicentro.iss.it/temi/vaccinazioni/pdf/Piemonte.pdf

Dixon J.,  Durrheim K. (2017), The Principle-Implementation Gap in Attitudes Towards Racial Equality (and How to Close It), Journal of Social Iussues, in http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1540-4560.2010.01645.x/abstract

John Dixon, Kevin Durrheim, Colin G. Tredoux, Linda R. Tropp, Beverley Clack, Liberty Eaton, Michael Quayle (2010), Challenging the Stubborn Core of Opposition to Equality: Racial Contact and Policy Attitudes, Journal of Social Iussues, in http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1540-4560.2010.01645.x/abstract

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